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"
L'attendo domani in villa ", mi diceva al telefono e io mi aspettavo di
trovarmi di fronte quella che solitamente si definisce villa.
E invece
era un castello isolato sul mare di Sines, una natura selvaggia e un panorama
mozzafiato. Avevo chiesto notizie a Padre Carmelo e mi aveva detto che era un
nobile che viveva da anni al limite dell'eremitaggio.
Ero solo
curioso, non preoccupato. Ormai mi
fidavo di Padre Carmelo e per quanto fossero originali le esperienze che
avevo fatto, nessuna di esse era stata priva di interesse.
Tutte mi
avevano insegnato qualcosa.
Padre
Carmelo mi aveva anche avvertito che il conte si svegliava tardi ma non avrei
immaginato che le dieci e mezza fossero un'ora mattutina.
Mi accolse
Alves il cameriere, consigliere e tuttofare del conte. Mi fece strada fino ad
una terrazza sul mare e mi chiese gentilmente di attendere. Che facesse pure
con comodo.
Il
panorama era di quelli che non si dimenticano, di quelli che ti mettono
subito a tuo agio e pensi di esserci nato lì, che quella è casa tua.
Mare, mare
che dagli occhi mi entrava fino al cervello e aria, e luce e tutte le cose
che amavo. C'era un ombrellone con un tavolino apparecchiato con colazione e
giornale, così perfetto di fronte a quel mare da sembrare una pubblicità. E
invece era tutto vero, tutto pronto per l'arrivo del conte.
Dopo
qualche minuto mi accomodai al tavolino e ripetei un gesto che, ogni mattina,
mi era familiare. Allungai il braccio verso il giornale per dare il solito
sguardo ai titoli.
Giornale,
ma cos'era un giornale quello ?
Era pieno
di buchi, grossi buchi, ma fatti con cura, come chi ritaglia gli articoli per
conservarli.
La cosa singolare è che qualcuno aveva ritagliato e portato via
gli articoli che lo interessavano e aveva conservato quella specie di
groviera dove rimaneva poco o niente da leggere.
Ma quello
scheletro di pagine era stato stirato e ripiegato con cura.
Ormai ero
abituato alle cose strane e non sottovalutavo più niente.
Quante
volte da quando avevo cominciato la ricerca avevo sorriso su certe cose e poi
avevo dovuto ricredermi? Ora, quando mi trovavo in questa situazione,
avvertivo che forse c'era qualcosa sotto, che la cosa non era così semplice
come sembrava.
Avevo
affinato una specie di fiuto per quelle cose che di solito mi apparivano
invisibili.
Qui c'era
una di quelle cose, sapevo che c'era ma non ne distinguevo ancora i contorni.
Questo
pensavo mentre una voce cordiale mi salutava e mi invitava a rimanere comodo.
Il conte,
manco a dirlo, era gentile e sorridente e, nonostante le mie insistenze,
chiedeva al cameriere di apparecchiare anche per me.
Mi
rassegnavo a fare colazione ad un'ora impossibile.
Indossava
una lunga veste di lino bianco, a metà tra la tunica e la vestaglia da
camera.
Si
sistemava in una poltrona di vimini e mi parlava con la naturalezza di chi
riprende un discorso appena interrotto.
Mi parlava
del mare, dell'effetto benefico che la mancanza di ostacoli alla vista
produce alla nostra mente, al nostro modo di vivere. Mi parlava delle sue
abitudini, finchè:
"
E ogni giorno mi siedo su questa sedia per una mezz'oretta e per due o tre
ore penso, studio, ricerco ".
Eccoci. Ma
che diceva il conte? Si sedeva per una mezz'ora e pensava per due ore ?
"
Appena ho un'ora di tempo e il tempo è bello me ne vengo qui, giusto il tempo
di trascorrere cinque o sei ore di serenità".
Allora
avevo capito bene. Il conte aveva dei problemi con la misurazione del tempo ma
evidentemente, mentre pensavo a queste cose, avevo inavvertitamente poggiato lo
sguardo
su quella
specie di giornale bucato.
" Ah,
il giornale. E' un giornale preparato dal buon Alves. Ogni giorno, alle
sette, Alves compera il giornale e poi lo prepara.
Gli toglie
tutte le notizie cattive, tristi, efferrate. Tutte le notizie che potrebbero
turbare la mia vita e i miei esperimenti. Qualche notizia cattiva la lascia,
ma solo se è possibile, anche se in piccola misura, porvi rimedio, fare
qualcosa per migliorare la situazione. L'informazione ci uccide, ci violenta.
Bada solo
alla quantità delle notizie non all' effetto che queste producono.
E poi ci
dicono di tutto che è come non dirci niente. I mezzi di informazione ormai
sono padroni del nostro umore. Io non lo potevo permettere e allora il
giornale me lo preparo io.
O meglio
me lo prepara Alves.
Ha mai
notato, Professore, che dietro ogni notizia di morte, tortura, dolore, c'è
sempre una meta-comunicazione forte e terribile che dice : Questa è la
notizia e tu non puoi farci niente.
La vera
comunicazione che ci viene fatta è sempre quella relativa alla nostra
impotenza.
Le ultime
notizie raccapriccianti le lessi molti anni fa e mi sono bastate per tutta la
vita.
Oggi se
leggo una brutta storia voglio potervi porvi rimedio. E lo faccio.
Non
intendo essere il sacco delle botte di un piccolo cronista rampante.
Non
intendo più essere spettatore inerte della parte peggiore della realtà, anzi
di una realtà confezionata secondo una ricetta che non è la mia.
Ecco
perchè Alves prepara il giornale tutte le mattine".
Si
spalmava una fetta di pane tostato con burro e marmellata.
Io facevo
altrettanto e pensavo: Ecco perchè sono qui. Ecco il motivo della mia visita.
E, come al
solito, per quanto originale fosse questa storia, c'era un vero bisogno
sotto.
E
somigliava tanto al mio bisogno.
Non somigliava
forse alla mia voglia di semplificare, eliminare? Salgueiro mi versava il te
nella tazza e mi avvicinava il latte e il limone:
"
Figuriamoci poi quegli spettacoli tristi che rappresentano l'infelicità del
mondo.
Films,
romanzi, commedie. Bisogna essere dei veri malvagi per creare, per inventare
una cosa che non c'è e inventarla triste. Sono gli eredi della letteratura
francese.
Quella
delle orfanelle tisiche che, il giorno della guarigione, vengono investite
dalle carrozze guidate dallo zio alcolizzato.
Con tante
cose tristi che già ci sono, questi ricercatori malati mettono tanta energia
ad inventare infelicità che non sono vere ma che producono gli stessi effetti
devastanti negli
spettatori.
Malati pure loro. Poveretti. Se i creatori
costruissero felicità, quella che manca al nostro mondo, forse le cose
non andrebbero così male. Cose ovvie Professore "?
No, non
diceva cose ovvie. Mi sembrava tutto vero.
Soprattutto
per me che mai avrei inventato un'arma, mai avrei coscientemente procurato
dolore, neanche a livello di finzione, di spettacolo.
E poi più
lavoravo intorno agli Esercizi del Sentimento e più diventavo sensibile,
sensibile al bene e al male e quindi gli stimoli troppo forti mi diventavano
intollerabili. Forse anche
il conte
era nella stessa situazione. Ed infatti lui aveva esattamente quei problemi e
me lo stava per dire.
" E
poi il turbamento mi impedirebbe di lavorare. Il lavoro di ricerca ha bisogno
di serenità e concentrazione. "
Un sorso
al succo di frutta e chiesi:" Che tipo di ricerche fa ? "
Mi
sorrideva e mi accennava di nuovo al concetto che se aveva una mezz'ora di
tempo, se ne stava due o tre ore a pensare. Poi si interruppe un attimo e
entrò decisamente nell'argomento.
"
Chiuda gli occhi Professore, si lasci andare ".
Ripeteva
più o meno le stesse parole di Gaspar Nunez, quando di fronte al computer
aveva letto nel futuro del mio amico Massimo.
Mi dissi
che dovevo assecondare il conte, in fondo ero lì per quello.
" Si
rilassi, si fidi. facciamo un viaggio, andiamo a molti anni indietro, quando
lei era bambino, torniamoci serenamente con calma ".
Smetteva
di mangiare, si allungava comodamente nella sedia e chiudeva anche lui gli
occhi.
"
Dobbiamo ritornare a quei giorni che erano bellissimi anche perchè dobbiamo
cercare una cosa molto importante che abbiamo smarrito tanti anni fa e che
ora ci serve ".
Non facevo
nessuna fatica, chiudevo gli occhi e l'aria di quel mare del Portogallo mi
portava nella mia città, su quelle colline di Napoli dove avevo trascorso la
mia infanzia in un giardino di limoni e aranci che sapeva di mare.
Per la
seconda volta, in pochi giorni, qualcuno mi consigliava di viaggiare nel mio
passato.
"
Bene. Pensi a quei pomeriggi da bambino ".
Ci
pensavo. Erano pomeriggi pieni di luce e di silenzio.
Io la mia infanzia me la ricordavo in Estate, tra la vasca dei
pesci rossi e l'albero di fico e, vicino a me c'era un grosso cane nero, dal
pelo lucido e con gli occhi gialli.
Era il mio
amico e il mio complice.
"
Come erano lunghi quei pomeriggi Professore. E le settimane"?
Aveva
ragione il conte. Erano lunghissime. E le estati erano interminabili ".
"
Scavi nel suo passato di bambino, come un archeologo. Con cura e rispetto.
Riveda le
sue zie, i piccoli amici, il giorno del gelato e quello del compito in
classe.
Ricordi
qualunque cosa. Anche le piccole cose possono avere grande importanza.
Si faccia
passare queste immagini nella sua mente ma tenti di sentirne anche i profumi.
Quando ne sentirà anche i profumi vorrà dire che le sta veramente rivivendo
".
E io
rividi mia madre, la rividi grande come un piccolo può vedere la sua madre, e
zia Clara e Ninuccia che mi ruotavano intorno come trottole mentre io
crescevo e loro diventavano
sempre più
piccole.
Le donne
della mia famiglia avevano sempre avuto uno strano modo di essere presenti
eppure discrete. Non le si trovava mai partecipi ad una discussione, ma non
c'era mai stata una decisione che non fosse stata la loro.
Per molto
tempo avevo ipotizzato l'esistenza di un posto fisico, di un posto della casa
nel quale le donne della famiglia si riunissero a decidere.
E doveva
esserci anche un momento particolare della giornata perchè per tutto il
giorno le vedevo affaccendate in mille mestieri.
A dieci
anni, in un pomeriggio di Gennaio, ebbi la netta sensazione di avere scoperto tutto.
Mia madre,
Clara e zia Ninuccia avevano finito di riordinare la cucina, gli uomini di
casa erano già ritornati al lavoro, Clara prese il cesto della biancheria da
stendere e dette un'occhiata a Ninuccia e a mia madre.
Uscirono
insieme e cominciarono a stendere il bucato sul filo che attraversava la
terrazza.
Quando
ebbero finito, Clara mise da parte la cesta vuota e tutte e tre andarono fino
al parapetto, nel punto dove la terrazza si apriva su un grande giardino.
Sembravano
guardare verso un punto all'orizzonte e invece guardavano nel loro animo e
parlavano. Sì, io non riuscivo ad ascoltare le voci ma mi convinsi che
parlavano, che era
il momento
di una decisione.
Durò solo qualche minuto poi mia madre abbracciò Zia Ninuccia e
lo stesso fece con Clara poi prese la cesta e insieme tornarono in casa.
Il giorno
dopo mia madre partiva per l'ospedale:
" per
un controllo "
"
forse un intervento "
"
niente di preoccupante "
" una
cosa delicata "
"
grave "
"
gravissima "
" non
c'è più niente da fare "
"
Mamma non torna più "
Smisi per
un attimo di rincorrere quei pensieri tristi e mi voltai verso il conte che,
con gli occhi chiusi, era rivolto verso il mare.
Fu solo un
istante, l'immagine di mia madre mi avvolse di nuovo la mente.
Mia Madre
odorava di violette. Era bello avere una mamma che odorava di violette.
Io quel
profumo me lo ricordavo già da quando lei, grandissima, mi prendeva in
braccio e poi c'era anche quando lei, pi piccola, mi aspettava all'uscita
della scuola e anche quando era Natale e quando un giorno andammo tutti al
mare.
E allora
sentivo il profumo delle tavole del molo. Le tavole bagnate dall'acqua del
mare per me significarono sempre l'odore dell'estate.
Come
l'odore delle mele furono sempre quella bellissima estate in montagna. a casa
di Grazia e Antonio. I mille volti della mia famiglia mi giravano intorno ma
erano
proprio i
profumi le sensazioni più presenti.
Odori e
sapori erano sempre stati nella mia testa, appartati ma presenti e ora mi
ritornavano alla coscienza. Il rapporto con gli odori aveva sempre segnato la
mia vita.
Mio nonno,
Vincenzo, raccoglieva erbe e fiori e distillava olii essenziali per
profumeria. Una sua annusata equivaleva ad una analisi chimica, tanto
sensibile e preciso era quel suo grosso naso. Io, meno tecnico di mio nonno
ma forse più sensibile, mi confrontavo
con lui in un incontro-scontro, maestro-allievo.
E il
maestro raccontava che ogni ricordo, ogni sensazione è sempre abbinata ad una
serie di odori e che bastava un po' di memoria per costruirsi un archivio
mentale di profumi.
Mi raccontava di come fossero perfezionati gli organi olfattivi
dei cani e di certi insetti e di come gli uomini primitivi avessero
sviluppato questo senso.
Ascoltavo
rapito queste bellissime storie e mi esercitavo ad annusare la vita con mio
nonno. Lontani dalla civiltà dell'immagine e del suono, l'olfatto sembrava
essere, per noi,
il sistema
più sincero ed animale per comunicare.
Avevo
un'età nella quale un nonno, solo perchè complice, sembra essere il padre
ideale.
Non era
vero ma io bambino allora ci credevo.
A volte,
sotto lo sguardo incuriosito di occasionali testimoni, Vincenzo teorizzava
che ogni animale, ogni oggetto, ogni atmosfera avessero il proprio odore,
profumo, puzza.
Bastava solo
coglierlo. E imparavo a distinguere i retrodori, le fragranze soffocate
e i
profumi attenuati. Tutto questo esercitarsi e imparare oggi lo avrei definito
un
Esercizio del Sentimento ma allora erano solo bellissimi pomeriggi di un
bambino in compagnia del suo nonno.
Una sera,
di ritorno da una lunga passeggiata nell'aria del mare, mi feci promettere da
mio nonno che, quando fosse stato in punto di morte, mi avrebbe descritto che
odore sentiva.
Lui
sorrise e accettò. Vincenzo se ne andò in un giorno di Marzo e, mentre
partiva,
io non
ebbi il coraggio di chiedergli nulla e lui, troppo occupato a morire, se ne
andò senza dirmi niente.
L'immagine della morte di mio nonno mi svegliò e risentii la
voce del conte.
"
Ecco, adesso, tra tutte queste immagini, dobbiamo trovare quella cosa che
cerchiamo.
Dobbiamo
trovare quel sistema, quella cosa che da bambino ci dilatava il tempo che
allungava a dismisura le giornate.
Allora
c'era un equilibrio tra lo scorrere del tempo dentro e fuori di noi.
Noi uomini
abbiamo il maledetto difetto di antropomorfizzare tutto; tutto a misura di
noi stessi. Mettiamo sempre noi stessi al centro dell'universo e invece siamo
solo una periferia confusa e bruttina.
Lo
scorrere del tempo è una cosa naturale è la natura che deve insegnarcelo e
deve misurarlo per noi. E'inutile piangere sulla brevissima vita di una
farfalla cavolaia, quelle che vivono
solo un
giorno. Per quella farfalla la vita è un' eternità.
E rispetto
alle stelle siamo noi le effimere farfalle cavolaie. E allora qual'è il giusto
sistema per misurare il tempo ?
Forse sono
tutti buoni a patto di misurare solo il tempo e di non dargli un valore, un
giudizio sulla sua lunghezza. La vita
di una farfalla cavolaia dura un giorno e non solamente
un giorno.
E' quel solamente che è di troppo. La vita di una stella dura due trilioni di
anni e non ben due trilioni di anni. Il ben è di troppo. Ma noi non siamo
fatti per queste
idee
imparziali".
Il Conte
riassettava un lembo della vestaglia e ricominciava:
" Noi
parliamo di vecchi, giovani, di presto, di tardi, diamo sempre un giudizio
sul tempo. Non siamo capaci di limitarci solo a misurarlo. Gli attribuiamo
qualità e attributi che sono
invece
propri delle cose che facciamo in quel tempo. Insomma, Professore, è
impossibile trascorrere un'ora bellissima è invece possibile trascorrere
un'ora facendo cose bellissime.
A ben
vedere non esiste conoscenza che noi non traduciamo in termini umani. Pare
che per noi sia il solo sistema di capire.
Se solo
misurassimo il tempo come ce lo presenta la natura.
In armonia
con lei. Una volta eravamo così e l'idea del tempo era la stessa dentro e
fuori di noi.
Ne
voglio leggere un altro e clicco sull’ombrellone
Brutti pallosi vi clicco e vado via
Questa
è l’ultima possibilità di partire. Clicca sulla
pupa
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